LA RACCOLTA DELLE OLIVE TRA STORIA E MODERNITA’

Come abbiamo già raccontato, l’olivo è originario dell’Asia Minore, pare infatti che dall’altopiano dell’Iran, 5.000 anni fa circa, si diffuse poi su tutto il bacino del Mediterraneo. In Italia sappiamo che già nel VII° secolo a.C. gli etruschi praticavano la coltivazione delle olive, ma anche prima sembra fosse impiegata tanto nella Magna Grecia che in Sicilia. Attività proseguita poi dai romani con una pronunciata espansione olivicola tra il III e II secolo a.C. nell’Etruria e Lazio, tanto che appena due secoli dopo, Plinio riporta che è dell’Italia il primato della produzione di olio. La coltivazione dell’olivo si diffuse un po’ in tutto lo stivale e si interruppe solo con le invasioni barbariche che fecero quasi del tutto scomparire la coltura dell’olivo. Fortunatamente in alcune regioni questa tradizione si mantenne grazie ai conventi, assai presenti nel centro-Italia e fu proprio grazie a questi che nel Medioevo (intorno all’anno mille) la coltura dell’ulivo ripartì fino a diffondersi massicciamente grazie all’impiego nella sfera sacrale e liturgica della religione cristiana e a leggi mirate alla sua salvaguardia. Per quanto riguarda le pratiche colturali già in vigore nel Medioevo è interessante notare come nel territorio laziale erano già predisposte negli statuti attività come “potatura, zappatura, ricalcatura e sfrascatura”, senza tralasciare la concimazione e la messa a dimora dei piantoni. A quei tempi l’olivicoltura assumeva un rilievo particolare nella fase di raccolta, visto che coinvolgeva una nutrita parte della popolazione ed era regolata dalle autorità comunali. Nelle zone di Tivoli per esempio questa iniziava il giorno di San Martino (11 novembre) e capitava che nel rispetto delle date fissate fosse istituito un servizio di sorveglianza, come è attestato nel Viterbese per le campagne di Celleno, dove a vigilare erano due “cayatores olivarum”. In più in zone come Alatri, la raccolta si doveva chiudere entro Natale, perché dopo la festività era consentito ai “pizicaroli” di accedere agli oliveti per raccogliere le olive rimaste sul terreno o tra i rami bassi. In Puglia come sistema di raccolta diffuso c’era la bacchiatura, metodo che vedeva bacchettare i rami degli alberi di olivo con lunghi bastoni che facevano cadere le olive su grandi reti (o panni) disposte a terra sotto la chioma dell’albero. Altre testimonianze riportano invece per il centro-Italia la pratica più comune quella della brucatura (raccolta a mano), mentre nel Tiburtino sembra che si praticasse la raccattatura ovvero la raccolta a terra del frutto maturo, anche se a discapito della qualità del prodotto. Ovviamente per le operazioni di raccolta si faceva largo impiego di manodopera salariata che in alcuni casi e con un certo avanguardismo, prevedeva l’utilizzo anche di manodopera femminile. Con l’andare del tempo anche le tecniche di raccolta, così come di produzione e lavorazione delle olive sono estremamente cambiate, anche seguendo le nuove esigenze di mercato e di consumo. A partire dagli anni ’60 anche in Italia iniziarono i primi tentativi di raccolta meccanica delle olive, dai bacchiatori ai turboventilatori, passando vibratori e diversi attrezzi manuali che agevolavano la raccolta, cercando di affinare nel tempo strumenti adatti sia per i grandi che per i più piccoli olivi. Oggi ci sono a disposizione svariati strumenti di raccolta, mirati a ridurre l’impiego della manodopera che riescono a staccare un elevato numero di olive dalla pianta in pochissimo tempo, utilizzando tecniche più o meno invasive (con trattori e diversi macchinari, scavallatrici, vibratori di tronco ecc.) con una produttività elevatissima dovuta anche ai nuovi strumenti di intercettazione delle olive una volta cadute dall’albero (intercettatore a ombrello rovescio ecc.). Anche se le grandi aziende di olio, garantiscono che i nuovi macchinari introdotti per la raccolta delle olive sono a basso impatto per la pianta e quindi scarsamente invasivi, i vecchi olivicoltori e non solo loro, preferiscono che la raccolta sia effettuata manualmente o al massimo agevolata con piccoli vibratori elettrici o a motore che facilitano la raccolta del frutto senza danneggiare chioma e fusto dell’albero.

Romolo, olivicoltore di quinta generazione nell’alta Tuscia laziale, è un innovatore sia di processo che di prodotto, ma per la raccolta è molto tradizionale e ci tiene a sottolineare il valore della raccolta a mano con pochi agevolatori meccanici che aiutano i suoi dipendenti nel lavoro.

olive
Raccolta a mano

“Di sicuro un lavoro più lungo, faticoso e di conseguenza più costoso per noi, ma la filosofia Gentili è guidata dalla qualità ed integrità del prodotto, quindi la migliore garanzia per una raccolta senza rischi (aggiunti oltre a quelli dovuti ad altre cause) per l’oliva è quella effettuata alla vecchia maniera, a mano.”

Fonti: L’olivo dell’Italia medievale Alfio Cortonesi (Rivista Reti Medievali- VI – 2005 Università di Firenze)